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Chiusa la parentesi acustica di "The Hangover Music Vol VI" Zakk Wylde torna a far ruggire la sua chitarra southern-blues nel modo a lui più congeniale ossia mettendola al servizio di canzoni dal forte sapore sudista e conservatore, al contempo metalliche e moderne grazie a un sound sempre aggressivo, bello rotondo e carico di ritmo ma anche raccolte, come dimostrano le due ballad presenti. Death March e Dr.Octavia spezzano questo incantesimo, la prima con un rock Purple-iano periodo "Perfect Stranger", melodico e con sinistri giochi di tastiere, la seconda, brevissima, con esibizioni di tecnica senza un perchè. L'alchimia viene prontamente ritrovata su Say What You Will , Spread Your Wings , Electric Hellfire , un trittico da spararsi tutto d'un fiato, e subisce di nuovo una piccola flessione con Too Tough To Die . Insomma, l'avrete capito, anche se i brani possono anche esserci, non si può dire lo stesso per la scaletta ed è un peccato perchè questa "altalena" nega il decollo al disco e la caduta definitiva dei freni inibitori all'ascoltatore. Nel dimostrare la sua completezza come songwriter Zakk Wylde perde qualche colpo, esegue alla perfezione quello per cui è nato ma nello spingersi più in là la ciambella non ha ancora quel buco perfetto che ci si aspettava. |
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Ascoltare un disco di Zakk Wylde è un po' come andare a mangiare nella propria trattoria di fiducia. Conosci bene il menu e sai che ci sono dei piatti che ti piaceranno sicuramente. Il buon vecchio Zakk con questo disco non vuole certo riservarci grosse sorprese, i brani contenuti rispecchiano il suo stile, lasciando poco spazio alle innovazioni. Ma non è di cambi di rotta che la sua musica ha bisogno poiché essa è ormai un tuttuno con il personaggio, vale a dire concreta, granitica e senza fronzoli. Questo perché stiamo parlando di un artista tutto d'un pezzo, che non ha mai ceduto alle lusinghe del music business e ha serenamente accettato il ruolo di spalla di Ozzy Osbourne. |
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Chiusa la parentesi acustica del precedente “Hangover Music Vol. VI”, per Zakk Wylde ed i suoi Black Label Society è arrivato i tempo di imbracciare di nuovo la chitarra elettrica e di suonare dei brani dritti e potenti per la gioia degli heavy metal fans. Il chitarrista di Ozzy Osbourne, oltre ad essere tecnicamente un portento, si conferma anche un compositore di grande spessore, tanto che i brani del nuovo “Mafia” convincono sin dal primo ascolto. I letali mid tempos di “Fire It Up” e “What's In You” colpiscono dritti al bersaglio, un muro sonoro in cui la profonda voce di Zakk si staglia incontrastata. “Forever Down”, canzone accostabile alle ultime produzioni di Ozzy, accelera di poco il ritmo ed è caratterizzata da un ritornello semplice se vogliamo, ma altrettanto efficace e facile da memorizzare. Uno dei pezzi più interessanti dell'intero “Mafia” è invece la ballad “In This River”: non è un segreto che il biondo axe-man sia da sempre autori di grandi pezzi lenti, i suoi vecchi dischi “Book Of Shadows” e “Hangover Music Vol. VI” sono l'esempio lampante di come Wylde si trovi spesso più a suo agio nel comporre canzoni acustiche piuttosto che cimentarsi in composizioni rock “elettriche”. |
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Quando un redneck barbuto come Zakk Wylde apre la bocca gli si può anche prestare poca attenzione... ma quando imbraccia una chitarra.. tutti zitti in religioso silenzio e giù il cappello. Inutile (spero) ricordare come un giovanissimo Zakk fu scelto dal madman Ozzy come chitarrista suoi suoi album solisti (dopo un certo R.Rhoads, non certo il primo pirla in circolazione con la chitarra in mano!) e la sua militanza in un progetto durato un solo album ma dal valore altissimo come i Pride&Glory. Tralasciamo il simpaticissimo nome scelto per l'album (in una intervista ha dichiarato che ha scelto "Mafia" per il suo significato di onore e attaccamento alla famiglia e non in riferimento alla "vera" Mafia... peccato che la copertina punti proprio in quel senso...) non si può non balzare per aria ascoltando l'attacco di "Fire It Up" con quella chitarra effettata e straniante che ti porta subito ad un headbanging ossessivo. La seguente "Suicide Messiah" la possiamo già eleggere come pezzo migliore dell'album e una "Whats in You" che sembra uscita dai Soundgarden con due palle così (e cioè come non sono mai stati i Soundgarden tranne che in rari casi purtroppo..) segue veramente a poca distanza.Da citare la "quasi" ballad "In This River", una "Death March" molto Staynliniana, una rocciosissima "Electric Hellfire" e una polverosa e accorata "Dirt on the Grave" con un intreccio di piano e whawha da infarto. Non che tutto sia perfetto: la voce di Zakk per esempio è mooolto lontana dall'essere pienamente convincente (sopratutto nei momenti più rilassati) e, in certi frangenti, talmente Ozzyana da far quasi paura! Così come qualche scelta sembra appoggiarsi un pò troppo sui dischi precedenti ma in fin dei conti se volete un convincente mix di hard rock roccioso con influenze southern, echi del grunge meno piagnone e più hard rock (Soundgarden e Aic) e riferimenti al metal di papà (nonno) Ozzy, con un disco dei BLS si va sempre a colpo sicuro! |
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Infaticabile Zakk Wylde! Sette album in sette anni di attività coi suoi BLACK LABEL SOCIETY! “Mafia” è il nuovissimo parto del talentuoso chitarrista americano, nuovamente carico di dirompente elettricità dopo lo splendore acustico del precedente album “Hangover Music”… |
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Con il precedente ‘Hangover Music Vol.VI' Zakk Wylde dichiarò il suo amore per la musica semi-acustica, fatta di blues e deserto. Un disco da ascoltare in macchina durante un lungo viaggio d'estate. Con questo nuovo lavoro si torna con prepotenza al vecchio caro southern metal dei precedenti dischi, ‘Stronger Than Death' e ‘The Blessed Hellride', pieni zeppi di riffoni mastodontici, assoli al fulmicotone e ritornelli da cantare al primo ascolto. Inutile aspettarsi dai Black Label Society qualcosa di nuovo. Sono completamente assorbiti dal loro genere e non avrebbe senso alcun tipo di sperimentazione. La loro musica è semplicemente il prodotto del loro contesto culturale, delle loro vite e della loro America terrosa ed arida. Dunque aspettiamoci la musica che conoscono bene e suonano con lo stesso feeling e la stessa passione da anni. Inoltre, pur non essendo originali, i dischi dei Black Label Society non sono mai scesi sotto uno standard qualitativo abbastanza alto: come “Mafia” del resto. L'ultimo lavoro di Wylde e soci mantiene costantemente l'attenzione dell'ascoltatore per tutti i 48 minuti della sua durata. I soliti riff schiacciasassi di ‘Fire It Up', ‘What's In You' e ‘You Must Be Blind'. Anche la ballad dedicata al grande amico Dimebag Darrel, ‘In This River', è pienamente nello stile “Wylde” ma risulta impossibile non commuoversi. Dunque una musica che arriva al cuore e che preferisce arrivare al sodo senza badare all'originalità. Ottima la produzione che mette in risalto l'ottimo lavoro dietro le pelli di Craig “Louisiana Lightning” Nunenmacher e di James Lomenzo al basso, capaci di creare una ragnatela ritmica adeguata a supportare le divagazioni chitarristiche del leader Zakk Wylde. Procuratevi questo disco se avete voglia di conferme. |
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Zakk Wylde è sempre lì. Il dischetto semi-acustico di qualche tempo fa ha suscitato ben poco scalpore -nel bene o nel male- alla luce di una band discretamente snobbata dai metallari, magari per via di sonorità poco in voga in annate come quella in corso, o forse perchè siamo dalla parte sbagliata dell' oceano. Fattostà che "Mafia" ci riconsegna i soliti Black label society, quelli che conoscevamo, apprezzavamo o detestavamo, energici, ignoranti, sfrontati. Che vi piaccia o no, questo disco non differisce molto dai vari "1919 eternal" o "The blessed hellride". Avrà qualche parte cadenzata in più e una maggior cura per la melodia, ma allo stesso tempo ci presenta delle esplosioni elettriche senza precedenti. Però siamo sempre lì, sulle coordinate che da sempre caratterizzano questa band. Quindi non soffermiamoci molto sul dire che Zakk Wylde canta sempre più come Ozzy Osbourne, o che quando la voce si fa più effettata sembra di udire il fantasma di Layne Staley. La novità, secondo il sottoscritto, può essere proprio lì... gli Alice in Chains più metallici a volte sembrano fare davvero capolino qua e la, in "Too tough to die" ad esempio. A volte sembra invece di essere di fronte ai Metallica degli anni novanta, specie per le ritmiche pompate della chitarra di Zakk, vedi "Say what you will". Ma siamo sempre lì: riffoni sabbathiani, Heavy-Rock potentissimo e con una produzione che ci fa dimenticare di essere nel 2005 delle batterie 'sintetiche' e degli album che suonano tutti alla stessa maniera. Il disco poi è particolare: sembra già sentito, noiosetto al primo ascolto, e cresce inaspettatamente col tempo affermandosi come una delle migliori release della band. Magari non è "Sonic brew", ma non è per niente inferiore a qualsiasi suo successore. Bravo Zakk, nel creare album con scalette quasi mai insufficienti (eccezion fatta per il bruttino "The blessed hellride" direi), e nell' arricchire questo progetto per piccoli passi, mirando più alla sostanza che ad altro. |
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A meno di un anno di distanza da “Hangover Music Vol.VI”, ecco tornare con un album nuovo di zecca il pupillo di papà Osbourne, che pare aver ripreso il controllo sull'alcol e di conseguenza anche sulla propria musica; era da tempo che da devoto fan di Zakk Wylde aspettavo un disco come questo: bei pezzi, belle atmosfere, tecnicamente impeccabile e perfino ben prodotto (non come quella chiavica di “Eternal”)! Siamo davanti sicuramente al top della sua produzione, insieme al debutto “Sonic Brew”; affiancato da musicisti di tutto rispetto (e con la sua stessa attitudine per alcol e motori, pare…), mr. Wylde continua la sua strada musicale con l'hard rock corposo e potente dai grandi solos che l'ha reso celebre, senza inventare nulla di nuovo. Di certo la morte dell'amico fraterno Dimebag Darrell (R.I.P. brother in metal!) durante le registrazioni ha influito sulla composizione dei pezzi e sulle atmosfere cupe ed estremamente pessimiste del disco. In più di un'occasione l'ombra di Ozzy appare alle spalle del lungo crinito axeman, la somiglianza con la voce del padre putativo è impressionante (“Forever”, “You Must Be Blind”, “Dirt On The Grave”) e stento a credere che non sia menzionato nei credits tra le backing-vocals. Se non avete mai sentito i BLS questo è il disco giusto per conoscerli, ma non dimenticate poi di andare a ripescare l'album dei Pride & Glory, prima band di Zakk. Un gradito come-back ad alti livelli! |
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Zakk Wylde è un'artista senza mezze misure. Dopo aver messo in commercio lo scorso anno l'acustico Hangover vol.6, il biondo chitarrista di Ozzy Osbourne si ripresenta al pubblico con un disco potente e devastante come era nelle previsioni. Riff martellanti e mastodontici, voce metallica, a volte molto vicina a quella del suo grande mentore, ritmiche cupe e depressive: gli elementi di “Mafia” sono questi e non era difficile pensare a qualcosa di diverso, dopo il periodo di riflessione attraversato nel 2004. Del resto, chi conosce la storia del biondo axe man sa bene che la gran parte dei suoi dischi ha sempre suonato così violenta e senza fronzoli e la prova più lampante sta nel fatto che con tale formula quest'uomo ha sempre avuto un buon numero di consensi tra i fans e la stampa che lo hanno considerato da subito artista superbo, ma pur sempre di nicchia. |
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Barman?! Un altro! Puntuale all'appuntamento annuale con il nuovo album dei suoi Black Label Society, mister Zakk Wylde è tornato. E come sempre lo ha fatto in grande stile. Abbandonati del tutto gli intimismi acustici del precedente “Hangover music vol VI”, il biondo axeman è tornato a spingere sulla distorsione e questa volta ci regala un album potentissimo di grezzo e rovente southern metal come non si sentiva da…. “The blessed helliride”. La musica non è cambiata di una virgola, riff sabbathiani e tempi doomeggianti sono un po' il filo conduttore di questo nuovo “Mafia” (titolo che potrebbe fare storcere il naso ad alcuni ma che in realtà, come ha prontamente chiarito lo stesso Zakk in molte interviste, sta ad indicare la “famiglia” dei fans dei BLS) che, è bene dirlo, secondo me è uno dei migliori lavori fin qui partoriti dalla mente annebbiata (o fatta carburare, dipende) dall'alcol del nostro Zakk, secondo solo al coattissimo “1919 eternal” che per me rimane l'apice musicale della sua band. |
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Nuovo disco per i Black Label Society che di nuovo ha ben poco.
La band di Zakk Wylde infatti riconferma il suo stile particolare, per la gioia degli affezionati.
La parentesi semi-acustica del bellissimo “Hangover music vol. VI” non è del tutto chiusa: in “Mafia” infatti ci sono brani che sembrano sbucati dal penultimo lavoro.
Non si disperino comunque i fans della Black Label più "grezza": canzoni tirate e riffoni tipici che ricordano i tempi di “The Blessed Hellride” e di “Stronger Than Death”. |
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Dopo la breve parentesi acustica di " Hangover Music vol.VI ", i Black Label Society del guitar hero Zakk Wylde tornano a distanza di 11 mesi con un nuovo album: " Mafia " (uscito per la nuova etichetta Artemis records). A mio avviso, il disco è prolisso ed evidenzia un rassegnamento stilistico (già nell'aria, ma in parte smentito dal disco precendente) da parte di Zakkone. Dischi come " Pride & Glory ", " Book of Shadows " e " Sonic Brew " sono molto, molto lontani a livello qualitativo. Il primo singolo estratto, "Suicide Messiah" non è male e si accoda tra i pezzi migliori del cd, così come "Death March", "Say What You Will" e il bellissimo lento di "In This River". Ma pezzi come "Forever Down", "You Must Me Blind", "Electric Hellfire" (anche se ha un riff "settantiano" niente male), "Spread Your Wings", "Too Tough To Die" e la crossoverina "Been A Long Time" sono decisamente sottotono, poco interessanti e poco coinvolgenti. |
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Mi sembra non ci sia ancora una recensione di questo disco, che per il mio modesto giudizio può essere inserito tra le migliori uscite del 2005 . Partiamo dal presupposto che chi scrive ha un debole per questa importante band capitanata da un grande personaggio, tale Zakk Wylde , chitarrista fenomenale, voce piena di stile e carismatico frontman di questo gruppo (che tra l'altro annovera un bassista di gran livello, James LoMenzo). Presentata la squadra che ci offre questa musica, si parli allora di essa stessa! "Mafia" si apre come meglio non potrebbe, con una " Fire It Up " che rende subito chiari, a chi non conoscesse già la band, gli ingredienti che formano la portata perfetta per ogni true-metal fan che si rispetti: chitarra pesante e virtuosa, ritmica precisa nello scandire i tempi di matrice heavy e una voce che trapassa le budella per quanto è rude e avvelenata , restando comunque piacevole. Continua, aggredendo con maggiore forza, con " What's In You " rimanendo sempre nei canoni del genere dai Black Label proposto. Già ora si può quindi fare una considerazione: la musica presente in questa release è sempre quella che abbiamo con piacere trovato nelle precedenti uscite di questo gruppo. Non ci sono brutte sorprese come assurde pretese di sperimentazione, questa è una band che porta l'heavy metal tradizionale a nuovi livelli , rimanendo ancorata a uno stile di vita rock, fatto di birra, harley davidson e canzoni di semplice presa ma di enorme consistenza . Questo disco non vi tradisce mai, non c'è una canzone che non valga la pena di essere ascoltata fino in fondo, ed è un album pieno di capolavori come i due pezzi già sopracitati ai quali aggiungerei senza troppi problemi " Forever Down ", " You Must Be Blind", "Death March" e "Too Tough To Die " senza dimenticare l'ottava traccia " Dr. Octavia " interamente dedicata ad un assolo di Wylde nel quale sembra di sentire una turbina entrare in funzione e spingere al massimo… cosa non potrebbe tirar fuori da una chitarra questo barbuto individuo!! In mezzo a tanti lavori complicati più o meno riusciti ecco una boccata d'aria fresca davvero desiderata! |