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Debaser.it

 

Si tratta di un capitolo particolare della saga della Black Label Society; il compratore ignaro infatti potrà facilmente essere tratto in inganno dai due enormi teschi che campeggiano sulla copertina: quello che che c'è all'interno va ben oltre alla ormai svilente corsa alla trasgressione intrapresa da molti gruppi heavy odierni.

Nel disco si repira un'aria pregna di grunge (si risente soprattutto degli Alice in Chains, al cui defunto leader è dedicata la song "Layne"). È un album principalmente acustico ; Zakk si occupa di quasi tutto: voce, chitarre, piano, e addirittura basso in alcune tracce. Non mancano comunque qua e là le Les Paul "a manetta" e i classici, magici soli e licks di chitarra tipicamente a-là Wylde, che fanno capire all'ascoltatore ignaro (si, sempre lui!) con chi si ha a che fare ma che non risultano mai mero sfoggio di tecnica fine a stessa.
I punti più alti vengono toccati con la stupenda ballata "Yesterday, Today, Tomorrow", con "Won't Find It Here" - anche se riprende in maniera spudorata "One" degli U2 - e con le canzoni più eccitanti del disco "Crazy or High" e "Queen of Sorrow" in cui Zakk palesa ancora una volta il suo amore per il southern rock. Da ultimo va citata anche la piccola perla "Takillya (Estyabon)": 36 secondi di pura magia wyldiana alla chitarra acustica, che introduce appunto la sua "versione" di One.

Un disco straordinario dunque, in cui Wylde non smette mai di emozionare sia che urli o che sussurri, ma che non sentiremo mai alla radio e non vedremo mai su MTV.

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RockLab.it

Non c'è che dire, Zakk Wylde sa sempre come stupire.
Dopo il buono - anche se a mio avviso troppo altalenante - "The Blessed Hellride", è giunto finalmente il sesto capitolo della saga Black Label Society, intitolato "Hangover Music Vol. VI", e devo confessare che è proprio l'album che non mi aspettavo, anche se forse alcuni pezzi del precedente lasciavano presagire qualcosa del genere. Una delle cose che più apprezzai da "The Blesssed Hellride" furono i pezzi più lenti, delle ottime ballad crepuscolari che rivelavano tutto l'amore di mr. Wylde per il blues e il southern.
Bene, "Hangover Music" è praticamente costruito per intero lungo queste coordinate: Zakk limita la sua usuale, dirompente potenza - in un'intervista per un magazine americano ha esplicitamente dichiarato che questo non è «un album per scatenare l'inferno» - in favore di quindici brani composti appositamente per emozionare in cui ampio spazio viene lasciato alle parti acustiche e di piano, un pò come sul vecchio "Book of Shadows". Insomma, avete capito bene, qui Zakk "pesta" giù duro solo quando strettamente necessario e questo non è un album da headbanging.
Al contrario, le atmosfere che meglio definiscono "Hangover Music" sono quelle più crepuscolari e malinconiche, ma non pensiate che la sua mitica Les Paul sia relegata a un ruolo secondario: le sue note aspre e ruvide si intonano sempre alla perfezione con la voce del nostro eroe, per la quale possiamo benissimo usare i medesimi aggettivi, dando a brani dal taglio triste come "Crazy or High", "Steppi Stone" o - soprattutto - "Yesterday, Today, Tomorrow" quel tocco di rabbia che fa di esse canzoni maledettamente rock.
Per quanto il primo ascolto sia stato stucchevole, in quelli successivi non ho potuto far altro che constatare come Zakk si trovi decisamente a proprio agio anche in questo tipo di rock più classico, che padroneggia alla perfezione senza mai scadere in banalità: la semicaustica e vagamente '70 "Won't find it here" mette semplicemente i brividi, mentre "She deserves a free ride" (qui fa un certo effetto sentire Zakk modulare la voce su registri delicati, sussurrati a tratti) e "Woman don't cry" ci mostrano il lato più romantico del nostro eroe.
Vi sono comunque anche brani come "House of Doom" in cui possiamo ritrovare sonorità più massicce, ma le atmosfere dominanti non sono queste, e a tal proposito non ci resta che segnalare altri tre brani: "Layne", che vede la partecipazione di Mike Inez degli Alice in Chains al basso e vuole proprio omaggiare il compianto Layne Staley, una versione da brivido del classico "A Whiter Shade of Pale" tutta per voce e pianoforte, e il brano più crepuscolare dell'intero "Hangover Music", la semiacustica e agrodolce "Fear", posta proprio come ultimo brano a chiudere il disco.
Il sesto tomo della saga Black Label Society segna un ritorno alla grande di Zakk Wylde, facendocelo apprezzare in quel suo lato musicale che ha tenuto nascosto per molti anni, lasciandolo intravedere solo in parte. Non è un album pesante, massiccio, impregnato di whisky ed altamente infiammabili come gli altri BLS né vuole esserlo: "Hangover Music" vuole essere un disco emozionante e anche un omaggio alle radici musicali di Zakk, fatte di southern e blues. Non credo affatto si tratti di una nuova, definitiva direzione musicale da parte sua, quanto di un momento di divagazione, un'occasione per fare qualcosa di diverso, e alla grande, motivo per cui posso solo consigliare caldamente l'ascolto di un album riuscito sotto ogni aspetto.

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MetalItalia.com

Maledetta, sporca, lurida, turpe, invereconda voglia di fare musica. Se non ci fosse Zakk Wylde, ad infangare le linde strade della Coerenza Musicale - principio predicato con sempre eccessiva leggerezza e troppo spesso malamente interpretato, specialmente entro i confini del Regno dei Metalli Pesanti - ci sarebbe seriamente bisogno di partire alla ricerca di una figura capace di ricoprirne il ruolo. Ma, per fortuna, mai la grande Madre Musica ebbe figlio così devoto ed ostinato quanto il nerboruto uomo-Gibson che, con una tenacia degna degli immortali nomi del passato, ha guadagnato in sedici anni di sudore e dedizione il diritto di scrivere e suonare (e a pieno titolo, ammettiamolo pure) tutto ciò che sente, pensa, patisce, tocca e... vive. Da essere umano a essere umano. Per ritornare all'origine. Per ricordare il reale significato del 'fare musica'. Perché la strada intrapresa da Zakk è stata, oggi possiamo dirlo, percorsa con umiltà, onore e forza: sradicato nel 1987 a soli diciannove anni dal natìo New Jersey addirittura da Ozzy Osbourne il Magnifico in persona, chiamato a ricoprire il poco invidiabile compito di chitarrista solista nella band del glorioso ex Black Sabbath, il talentuoso gigante non ha mai deluso le aspettative in lui riposte, passando per ardue prove che lo hanno visto affiancato al suo mentore quale co-writer in molti storici album del calibro di "No Rest For the Wicked", "No More Tears" e "Ozzmosis". Il tutto senza mai smettere di dare ascolto e voce al richiamo di una più profonda esigenza espressiva che chiedeva, a detta dello stesso Wylde, di ricevere la luce quale lato 'altro' dell'educazione musicale e della personalità ricevute e acquisite sotto l'ala protettiva di Ozzy. Cominciano così nel 1994 le sue vicissitudini solistiche, che somigliano a vere proprie avventure, intrise come sono di sincerità, sperimentazioni, azzardo e calore: stiamo parlando naturalmente dell'unica, omonima release del southern rock project Pride & Glory, e della successiva "Book Of Shadows" (uscita a nome di Zakk Wylde stesso), in seno alle quali avrà il tempo di sviluppare il suo particolare, strascicato cantato di sapore country-blues, insieme al gusto per un sound più luminoso e melodico, e alle sue capacità di frontman. Ma la più grande dote di Wylde, naturalmente, emerge nella sua istintiva, ferina simbiosi con il proprio strumento d'elezione - la Les Paul con la quale ha conquistato tutti gli onori della critica mondiale di settore in questi ultimi dieci anni - simbiosi che dal nulla infine prende corpo nel 1998 nell'ameno sembiante della creatura Black Label Society, ultimo (in ordine di tempo) avatar di un musicista dalla frammentata personalità, e incarnazione del suo lato più malinconico e violento, per la precisione. Dalla più semplice voglia di suonare, di esprimersi, e di spaccare la faccia al mondo a suon di riff pesanti come badilate di ferro ricevute in pieno volto, ecco allora fiorire nel giro di quattro anni quelle gemme di viscida bestialità che sono state "Sonic Brew" e "Stronger Than Death" (poi fedelmente fotografate nel loro impatto sonoro dal vivo nel grezzissimo "Alcohol Fueled Brewtality Live!!! - plus Five"), seguiti dai ben più apprezzati "1919 Eternal" e "The Blessed Hellride", usciti con cadenza praticamente annuale. Perché, per divertirsi, Zakk ha bisogno di mantenersi sempre le mani sporche, si potrebbe essere portati a pensare: riff e sound à la Pantera vengono allora incessantemente tirati in ballo in una vischiosa, letale commistione con tutti i trademark che hanno reso inconfondibile la sua produzione e sperimentazione musicale - fino a generare, nel beato quanto oscuro isolamento di lavori in cui Wylde suona quasi tutto, eccezion fatta per la batteria, mostruosi 'ambienti' dall'aria fetida di alcol e sudore, in cui non c'è posto che per urla e sano, lacerante rock 'n roll. Che è un po' crossover e un po' thrash, in fin dei conti, pure. E così, ci siamo di nuovo: puntuali ci presentiamo anche noi all'annuale appuntamento con la Bullseye più torturata del globo, che proprio in questi giorni sforna la sua quinta creatura, fresca di studio, "Hangover Music - Vol. VI". Il titolo già lascerebbe presagire una release animata da quel 'certo' spirito proprio degli episodi più ignoranti della Society Dwelling Mother Fucker, ma... no. No davvero. Confusa, malinconica, trasognata e calda, caldissima... cos'è questa "Crazy High" che apre il disco (che finisce per direttissima, insieme ai due brani che la seguono, a "Won't Find It Here" e a "No Other", sul podio dei pezzi più belli di "Hangover Music")? E la cadenzata "Queen Of Sorrow", che tanto decisamente ispira abbandono e vento, viaggio e distanza? E sì che sono riconoscibilissime fin dalle prime battute la voce e la chitarra di Zakk, sì che si ritrova facilmente il sapore amaro delle 'dark ballad' di "Book Of Shadows"... sì che questa è la solita, inequivocabile (almeno a giudicarla dal sound), release della Black Label Society. Certo che lo è... ma è vero: musica da postumi di sbornia, è questa, e il titolo parla ben più chiaramente di quanto non avessimo potuto immaginare. Ecco come il grande axeman ci spiazza, infine... cantando, suonando, raccontando la bianca solitudine, l'impastata stanchezza delle mattine in cui ci si sveglia dopo una notte di 'brewtality' o dopo venti ore di viaggio nel tourbus, di quei momenti in cui la luce del giorno si richiude e ci richiude su noi stessi per regalarci un guscio in cui trovare rifugio per un momento di intima riflessione. "Steppin' Stone" sembra, tuttavia, portare in sé l'eco di una folla che grida in lontananza - chissà dove, poi? Forse nella memoria... - mentre più decisamente "Yesterday, Today, Tomorrow", una sorprendente ballata dal vago odore southern, chiude in soffitta quella che sembrava la colonna portante del mood della Black Label Society, la rabbia. Colorate e collose, una più attraente dell'altra, le tracce si susseguono così in un platter che certamente alimenterà molti pareri contrastanti, ma che difficilmente attirerà l'ira degli inquisitori su di sé, speriamo ("Troppo leggero! Tradimento!", ci sembra già di sentir gridare). Quel che è certo è che le tinte sono forti, in pieno Wylde style: la sei corde vibra, urla, geme, si contorce e piange... piange come solo Zakk sa farla piangere, fischia e soffre per quella sofferente nostalgia che solo lui sa infliggerle. No, davvero, lo stile di Zakk non è affatto cambiato, in un modo o nell'altro. Drammatiche e vibranti sono le bellissime "Won't Find It Here" e "She Deserves A Free Ride", così come l'emozionante interpretazione di "A Whiter Shade of Pale" (!), l'hit di Procol Harum del 1967. Per costruire questa variegata rosa di sensazioni che ci grattano via di dosso velenose malinconie con le unghie e con i denti, il biondo chitarrista si è del resto circondato di un buon numero di amici e ospiti: dietro le pelli troviamo il fidato compagno di viaggio Craig Nunenmacher (ex Crowbar), coadiuvato da un contributo di John Tempesta (White Zombie e Rob Zombie), mentre il proprio apporto hanno dato in alcune parti di basso James LoMenzo (David Lee Roth, Pride & Glory), John "JD" DeServio (già nei Black Label Society dal vivo) e Mike Inez degli Alice In Chains. E forse è proprio quest'ultima band a dare qui in prestito una grossa fetta del mood che fa da filo conduttore per le tracce di questo disco, in cui troviamo anche un esplicito e commosso tributo, "Layne", allo scomparso Layne Staley. Fluido e sempre densissimo, fino alla conclusiva e claustrofobica "Fear" questo lavoro non perde un solo colpo - non uno! - mettendo a nudo ancora un altro lato della genuina eterogeneità interiore di Zakk Wylde... un musicista cui oggi, come sempre, non si può fare a meno di chiedere di continuare a considerare la Musica strettamente e visceralmente connessa alla Sensazione, e alla Vita. Tanto è il Calore, tanto è l'Amore che questo enorme armadio a quattro ante umano è capace di infondere in essa con le sue due voci, quella umana e quella 'elettrica', per così dire (per dio, l'assolo e i bending da demolizione di "Queen Of Sorrow"!). Che spesso, poi, sono una cosa sola: perché se Wylde si sia montato in gola le corde della Bullseye, o se i liutai della Gibson gli abbiano strappato via le sue per montarle sullo strumento che imbraccia da sempre, be'... questo resta infine un mistero, cui ci arrendiamo serenamente e di buon grado. Questa nuova ferita aperta così brutalmente, e poi tanto spietatamente e sistematicamente dilatata nel tempo sul corpo della Madre Musica porta un nome... e un'etichetta. Nera. Perché non si è mai visto nessuno, così giovane, suonare con tanto amore. Perché questo È Amore. E fa male. "Damage is done". E così sia.

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Taxi-Driver.it

 

Il nuovo amore di Zakk Wylde sono gli Alice In Chains. La chitarra di Toni Iommi si trasforma in quella di Jerry Cantrell, più moderna ma sempre degna di essere tributata dei giusti onori. Allo stesso tempo, Zakk, cerca di immedesimarsi in Layne Staley, cantando in modo molto ulceroso e malato, cercando di imitare lo stile di uno dei più grandi cantanti degli anni 90. A chiudere il cerchio arriva Mike Inez bassista della band da Dirt in poi.

Il cambiamento di Zakk farà sicuramente storcere il naso ai puristi. Il disco risulta, infatti, nella sua interezza molto tranquillo, basato su riff di chitarra acustica. Pensate agli Alice In Chains di Dirt e Jar Of Flies e avrete un'idea. Secondo me, il risultato finale è molto buono, certamente non arriviamo alle vette della band originale ma giusto poco sotto. Consiglio questo Hangover Music Vol.VI ai veri fan di Zakk Wylde che si studieranno ogni nota, ai fan degli Alice In Chains e a tutti coloro che vogliono un disco suonato da dio ma senza orpelli inutili. Ma i metallari più chiusi sono avvertiti: scordatevi i Black Sabbath.

Segnaliamo un tributo a Layne nell'omonima canzone.

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TheMurderInn.it

Il barbuto Zakk ci ha abituato da tempo a dischi come questo. La vena melodica di Wylde era presente nella sua prima esperienza senza Ozzy (Pride and Glory) e anche nel suo primo disco totalmente elettro-acustico (Book Of Shadows). I dischi della Società dell'Etichetta Nera sono, invece, caratterizzati da molto più metal, molti più solismi e bordate di watt. Ma… ecco a voi il disco della Black Label Society che cambia le carte sul tavolo.
Le tracce, quasi interamente suonate dal solo Zakk (che si cimenta con una marea di strumenti, lasciando le incombenze di alcune tracce di batteria e basso a suoi fidi collaboratori), sono caratterizzate dalla prevalenza della melodia, della ricerca di un mood rilassato ma, comunque, si sente una certa vena melanconica. L'elettrica, strumento principe del leader della BLS, viene lasciata leggermente in disparte nella struttura sonora, ma viene spolverata (in maniera eccelsa) durante gli assoli, qua, contrariamente che dal vivo, la tecnica viene fuori (intesa come feeling con lo strumento e abilità nel tocco… non sempre essere il più veloce comporta essere il più bravo).
“Hangover Music vol.6” si estende su ben 15 tracce, leggermente in calando. Dopo un inizio da brividi (con un trittico di canzoni da favola), con buon interplay fra parti acustiche (solitamente nelle strofe) e parti elettriche (negli assoli) ma con un feeling decisamente metal (si senta, per esempio, Stepping Stone, leggermente doom nel suo incedere); si passa ad un intermezzo del disco più acustico, incentrato maggiormente su chitarre acustiche (sentite “Takillya”, con eccezione di “House of Doom”, non un capolavoro, ma interessante) e, in qualche sprazzo si trova anche l'axe elettrica del barbuto chitarrista. Le linee vocali sono molto più sussurrate, più rilassate (tranne che in “Won't find it here”, dove Zakk tenta di diversificare leggermente l'impostazione vocale).
La terza parte (ideale) del disco vede un netto aumento della parte melodico-malinconica, con un accrescimento delle strutture lente, dei pianoforti e di una maggiore componente emotiva. In questo punto il voto scende leggermente, non per la qualità (sono tutti pezzi più che discreti) ma per una leggera noia che circonda questa parte. In questo frangente si staglia anche la dedica accorata a Layne Staley (ex cantante degli Alice in Chains, morto pochi anni fa, omaggiati anche in “No Other”, non nelle liriche ma nelle sonorità), sicuramente rivitalizzata dalla chitarra elettrica e dall'aumento di adrenalina.
Alcune canzoni possono rientrare, con le dovute cautele, anche nel filone southern-rock (o anche, in certi casi, in qualche produzione di Springsteen), ma la sensazione è che Zakk renda il meglio senza troppe sovrapproduzioni, troppi orpelli. La Black Label Society viene fuori meglio quando è ruvida e grezza (sia essa acustica o elettrica).
Ultimo nota al disco è la rilettura, abbastanza azzeccata, di “A Whiter Shade of Pale” dei Procul Harum. Qua Zakk sembra rileggere Bruce Springsteen che canta i Procul Harum. Buona prova.

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EUTK.net

Come già anticipato in precedenza all'uscita ufficiale del presente "Hangover Music Vol. VI", il nuovo album targato Black Label Society si sarebbe presentato come un prodotto quasi interamente acustico, qualcosa di particolare e a sé stante rispetto alla rimanente discografia della band di Zakk Wylde. Puntualmente il disco non smentisce le anticipazioni e relative aspettative maturate prima della sua pubblicazione, e a un solo anno di distanza dall'uscita del predecessore "The Blessed Hellride" ci ritroviamo tra le mani un altro grande disco di questa prolifica e, come qui dimostrato, eclettica formazione. Formazione che qui, al fianco di Zakk alla voce, chitarra, piano e basso di tanto in tanto, vede la partecipazione di personaggi del calibro di Mike Inez e John Tempesta presenti come ospiti in un paio di tracce, anche se, come sempre parlando di BLS, il ruolo di mainman sia compositivo che esecutivo viene detenuto da Wylde. Venendo al disco in questione e ai suoi contenuti musicali, visti i presupposti, era logico aspettarsi qualcosa di diverso e particolare, e di certo "Hangover Music Vol. VI" rappresenta da questo punto di vista quasi un superamento delle aspettative, in quanto delle 15 tracce presenti è possibile solo in un numero ristretto di episodi potersi imbattere nel suono tagliente e aggressivo della Les Paul di Zakk, dove al suono valvolare e alle pesanti distorsioni viene quasi interamente preferito il caldo e più intimo suono di chitarre e piano acustici. Tutt'altra musica (è proprio il caso di dirlo) rispetto a quanto ascoltato in precedenza dalla band con un certo risultato di stupore prima da parte dell'ascoltatore, e di ammirazione in seguito ai primi ascolti. Superato il primo momento di "imbarazzo" di fronte all'intimità e all'atmosfera sprigionata da questo nuovo album, risulta difficile non rimanere ammaliati dalla struggente carica emotiva e passionale che ogni singola traccia dimostra, di fronte all'energico pathos declamato dall'avvolgente cantato di Zakk, qui in gran spolvero in tutte le molteplici interpretazioni. Le iniziali "Crazy Or High", "Queen Of Sorrow" e "Steppin Stone" introducono egregiamente verso quello che si dimostra essere un album in grado di convincere e coinvolgere l'ascoltatore in tutti i suoi differenti aspetti. Le atmosfere iniziali, sofferte, cupe e drammatiche si evolvono in quelle più sentimentali, armoniche e suadenti di una "She Deserves A Free Ride", dove Zakk mostra tutta la sua sensibilità e dolcezza alla voce con una performance davvero particolare, appena sussurrata ed evocativa. Nel mezzo, atmosfere dall'arcigno gusto southern si mescolano con le tinte del blues e con il sound oramai tanto caro ai BLS, nelle ottime "House Of Doom" e "Damage Is Done", episodio dopo il quale troviamo una delle tracce migliori dell'intero lavoro, di sicuro quella dal significato più sentito e profondo, "Layne", dedicata allo scomparso Layne Staley, in grado di non risparmiare alcune delle più forti emozioni dell'intero lavoro. Altra nota particolare merita la cover dei Procol Harum di "A Whiter Shade Of Pale" qui riarrangiata solo per piano e voce e caratterizzata da un'esecuzione davvero struggente ed encomiabile. Nella sua atipicità "Hangover Music Vol. VI" si dimostra dopo attenti ascolti un disco davvero di grande valore, con l'unica pecca di dover richiedere ogni volta la giusta concentrazione e il giusto trasporto per poterne cogliere appieno la magia e l'emozioni in esso racchiuse. Se questo sia un pregio o un difetto sta al buon senso di ciascuno giudicarlo.

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