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Si può arrivare al traguardo del secondo album e farsi mettere addosso l'etichetta di "miglior band degli ultimi cinque anni"? Sì, e la band in questione si chiama Alter Bridge. Dopo un recente passato nel quale erano conosciuti più come "i Creed con un altro cantante" che per le loro capacità compositive (sfoggiate nell'ottimo esordio "One day remains"), questi quattro musicisti statunitensi tornano sulle scene con "Blackbird" che ha mandato in fregola i fan già dalle prime notizie a riguardo, datate 2006. Lavoro che, pur essendo nato in un periodo negativo (dal punto di vista del contratto discografico) per la band, conferma ampiamente il valore del combo: anzi, lo amplifica ancora di più.
Rispetto al precedente album, in questo "Blackbird" il sound diventa più personale, eliminando quelle pesanti influenze che, all'orecchio novizio, li aveva fatti apparire come la band che "si mette a fare il verso ai Soundgarden di Badmotorfinger". Nei 13 brani si alternano parti semiacustiche ad altre tipicamente metal: l'opener "Ties that Bind" è un esempio, visto che parte con un veloce arpeggio per poi sfociare nel delirio collettivo. I filler sono ridotti all'osso: appena finisce un pezzo, si arriva subito ad un altro di alto livello. Certo, su "Buried Alive" la band cade nella trappola di fare il verso alla band che lanciò Chris Cornell, ma resta un episodio sporadico e non è, come nel precedente, uno spettro che si aggira in tutte le tracce del disco. I pezzi più belli sono comunque nella seconda metà del disco: la lunga e sabbathiana "Blackbird", che è un mix di metallo pesante (in questo caso, Tremonti sembra aver rubato dei riff a Iommi) e di parti acustiche da brivido, e l'epicissima "Wayward one", che dimostra che per fare qualcosa di epico non serve parlare di storia, valori antichi e indossare mutandoni di pelo. Unico punto d'unione tra i vari brani, una tendenza all'"easy listening" e a un certo approccio radiofonico, che rende il disco accessibile a tutti anche se relativamente pesante, grazie soprattutto ad una produzione e a dei suoni spaventosamente belli.
La band: sugli scudi (ma servivano conferme?) Myles Kennedy, cantante estremamente valido, dotato di una tecnica vocale e di un'estensione superiore, che è una spanna sopra (tranquillamente) al 99% dei frontman in circolazione nella scena rock-metal. Il suo valore era già ben noto dal precedente disco, nel quale arrivò a lavori già in fase avanzata, ma in questo "Blackbird" esplode letteralmente, vista anche la sua presenza in fase di songwriting già dall'inizio. Il resto della band si dimostra il perfetto connubbio con la voce di Kennedy: gli ex Creed si scrollano di dosso l'abito di "musicisti preferiti dalle mamme" per indossare quelli dei rocker di razza. Tremonti sfodera dei riff che entrano in testa subito e la sezione ritmica (impressionante il lavoro di Scott Phillips) completa il lavoro, che risulta superiore al debut album.
Il rock muore ad intervalli regolari: ogni volta deve arrivare una nuova corrente per riesumarne il cadavere e tornarlo a far vivere. Lo fu la scena heavy metal negli anni Ottanta, il grunge negli anni Novanta e ora la scena rock americana, pilotata da gruppi come Nickelback e questi Alter Bridge. Questo "Blackbird" ha le carte in regola per diventare, negli anni, un riferimento di un'epoca. Per ora, nel 2007, scomodiamoci a dire che è tra le uscite più sensazionali dell'ultimo lustro.